32) Sartre. Sulla libert.
Per Sartre la coscienza si fonda sulla libert, il cui potere
annichilente si rivela nell'angoscia..
P. Sartre, L'Etre e le Nant, Gallimard, Paris, 1943, traduzione
italiana L'essere e il nulla, di G. Del Bo, Il Saggiatore, Milano,
1972, pagine 66-68 (vedi manuale pagine 434-435)
Si tenter di ritorcerci un'obiezione di cui noi stessi ci siamo
spesso serviti: se la coscienza annullatrice esiste solo come
coscienza di annullamento, bisognerebbe definire un modo continuo
di coscienza, presente come coscienza, che sia coscienza di
annullamento. Esiste questa coscienza? Ecco dunque la nuova
questione che qui si solleva: se la libert  l'essere della
coscienza, la coscienza deve essere come coscienza di libert.
Quale forma prende questa coscienza di libert? Nella libert
l'essere umano  il suo passato (come anche il suo avvenire) sotto
forma di annullamento. Se le nostre analisi non si sono smarrite,
deve esistere per l'essere umano, in quanto  cosciente d'essere,
una certa maniera di porsi di fronte al suo passato e al suo
avvenire come essente e non essente insieme questo passato e
questo avvenire. Possiamo dare a questo problema una risposta
immediata:  nell'angoscia che l'uomo prende coscienza della sua
libert o, se si preferisce, l'angoscia  il modo d'essere della
libert come coscienza d'essere,  nell'angoscia che la libert 
in questione nel suo essere in quanto tale.
Kierkegaard, descrivendo l'angoscia prima della colpa, la
caratterizza come angoscia davanti alla libert. Heidegger, che si
sa quanto abbia subto l'influenza di Kierkegaard, considera
invece l'angoscia come la percezione del nulla. Queste due
descrizioni dell'angoscia, non appaiono contraddittorie: al
contrario, si implicano a vicenda.
Bisogna anzitutto dar ragione a Kierkegaard: l'angoscia si
distingue dalla paura, perch la paura  paura degli esseri del
mondo, e l'angoscia  angoscia di fronte a me stesso. La vertigine
 angoscia in quanto temo non di cadere nel precipizio, ma di
gettarmici io stesso. Una situazione, che provoca la paura in
quanto rischia di modificare dal di fuori la mia vita e il mio
essere, provoca l'angoscia se e in quanto diffido delle mie
reazioni di fronte a tale situazione. La preparazione di
artiglieria che precede l'attacco pu provocare paura nel soldato
che subisce il bombardamento, ma l'angoscia comincer in lui,
quando si sforzer di prevedere i comportamenti che opporr al
bombardamento, quando si chieder se pu resistere. Cos pure il
richiamato, che raggiunge il suo deposito al principio della
guerra, pu, in certi casi, aver paura della morte; ma assai pi
spesso, ha paura di aver paura, cio si angoscia di fronte a se
stesso. La maggior parte delle volte le situazioni pericolose o
minacciose sono poliedriche: saranno percepite attraverso un
sentimento di paura o di angoscia, a seconda che si considerer la
situazione agire sull'uomo o l'uomo agire sulla situazione. L'uomo
che ha ricevuto un duro colpo, la perdita in un crollo
finanziario di gran parte delle sue risorse, pu aver paura della
povert che lo minaccia. Ma si angoscer l'istante dopo, quando,
torcendosi nervosamente le mani (reazione simbolica all'azione che
si impone, ma ancora completamente indeterminata), grider: Che
cosa devo fare? Ma che cosa devo fare?. In questo senso la paura
e l'angoscia sono esclusive l'una dell'altra, perch la paura 
apprensione irriflessa del trascendente, e l'angoscia 
apprensione riflessa di s, l'una nasce dalla distruzione
dell'altra, e il processo normale nel caso citato  un passaggio
costante dall'una all'altra. Ma esistono anche delle situazioni
nelle quali l'angoscia appare pura, senza essere mai stata
preceduta o seguita dalla paura. Se per es., sono stato promosso a
una dignit nuova, e incaricato d'una missione delicata e
lusinghiera, posso angosciarmi pensando di non essere forse capace
di compierla, senza avere la minima paura delle conseguenze del
possibile fallimento.
Novecento filosofico e scientifico, a cura di A. Negri, Marzorati,
Milano, 1991, volume secondo, pagine 337-338.
